Per un Nuovo Rinascimento Europeo che parte dal Mediterraneo

ROMA - L' Europa che ha rivolto il suo sguardo più verso l’Oceano Atlantico che verso il Mediterraneo ha una sfida storica importante da affrontare. Continuare a percorrere la strada intrapresa oppure avere il coraggio di costruire una nuova Europa che sia anche in grado di proporre un modello di società alternativo alla massificazione e omologazione che l’attuale globalizzazione propone?

Il Vecchio Continente, che più volte nella storia ha attraversato crisi e rinascite, è costretto a interrogarsi sul passato e sui suoi limiti per ritrovare una nuova identità. Una identità che deve passare, a mio avviso, necessariamente attraverso la riscoperta della sua natura più profonda, quella appunto mediterranea.

L’Europa che si è lasciata ammaliare da quel pensiero unico dominante  quell’anima l’ha persa.

Ha scritto la filosofa Caterina Resta nel libro “Geofilosofia del Mediterraneo”: «L’Europa è come l’Ulisse di Dante. Non è più l’eroe di Omero del ritorno in patria. Ma è l’eroe della conoscenza che si spinge oltre le colonne d’Ercole per aprirsi a uno spazio oceanico, l’infinito mare di una conoscenza senza più vincoli. Oltre quell’estremo limite, lo divora un’ansia tutta moderna di provare, tentare, saggiare, sperimentare l’ignoto. È colui che non sa resistere al canto di sirena dell’oceano, spazio assolutamente delocalizzato.

L’Ulisse atlantico, quello descritto appunto da Dante, è l’uomo incapace di sentire la misura mediterranea che continuamente frena il mare con la terra, poiché la volontà di potenza, di espansione e il desiderio dell’illimitato

hanno preso il sopravvento».

 

Da dove arriva, infatti, il processo di mondializzazione, se non da quel richiamo potente, quanto provocante, proveniente dal primo spalancarsi dell’Oceano nell’era delle grandi scoperte geografiche?

 

«Tuttavia, solo l’America ha saputo davvero incarnare quello spirito oceanico che l’Inghilterra aveva inaugurato. Fin dal suo nascere, infatti, il Nuovo

Mondo è diventato straordinario laboratorio della pratica del non limite, fin dall’inizio incapace di tracciare confini, di segnare frontiere. Ora questo

Oceano è divenuto universo, si è fatto mondo, nel segno di un universalismo piatto e uniforme, come la liscia distesa di un mare che non conosce terra, che ha cancellato confini ma, con questi, anche ogni possibilità di confronto e di dialogo rispettoso delle differenze. Questo mondo ormai unificato e uniformato dell’era globale, questo impero mondiale oceanico, lungi dal garantire una pace perpetua, produce guerre e conflitti sempre più ingovernabili».

L’Europa ha invece un’anima che accoglie le innumerevoli differenze, proprio perché nel Mediterraneo si sono da millenni confrontate culture, religioni e civiltà diverse.

Da questo pluriverso è nata l’Europa. Recuperare la vocazione mediterranea significa, dunque, recuperare la propria identità e quel baricentro smarrito per aver risposto al richiamo dell’Occidente oltreoceano, dimenticando che «la sua storia è compresa proprio entro le sponde del Mediterraneo».

 

Recuperare la vocazione mediterranea significa anche proporre un’alternativa al modello globalizzato che tutto omologa per immaginare, al contrario, una società in cui le molteplici culture si possono confrontare in un dialogo rispettoso delle differenze.

 

Se accogliamo per vero l’assunto per cui l’Europa è un progetto sempre in evoluzione, e quindi modificabile, il momento storico presente, con le sue complessità, potrebbe essere un momento proficuo proprio per realizzare una trasformazione.

 

Il punto di partenza non può che essere la consapevolezza dei limiti da superare e la chiara visione degli errori commessi dalle parti in causa.

 

Il NordEuropa, con una testa pensante tedesca, ha la responsabilità di non aver compreso e rispettato la ricchezza della diversità, imponendo il proprio unico modello dominante, il modello neoliberista, dove tutto è ridotto ad omologazione e al profitto.

Il SudEuropa non ha compreso pienamente dove risiedeva la propria ricchezza, il proprio valore e la propria unicità, iniziandosi a rapportare al sistema dominante in termini di mancanza, di subalternità, perdendo di fatto la propria identità culturale e diventando una copia molto mal riuscita di quel modello imposto con aggressività e veemenza.

Un gioco perverso e autodistruttivo per entrambe le parti.

 

Un Sud che, per rincorrere un modello di società neoliberista senza averne le caratteristiche strutturali, si è prostituito al punto da arrivare a una corruzione

dilagante sia dentro che fuori le istituzioni pubbliche.

 

Come ben descrive Franco Cassano nel “Pensiero Meridiano”, il Sud si è modernizzato rendendo tutto vendibile e rendendo sistematico l’osceno, prostituendo il territorio e l’ambiente, i luoghi pubblici e le istituzioni e laddove la ricchezza non è riuscita ad arrivare nelle sue forme legali si è ottenuta attraverso attività malavitose e criminali.

 

 

Ci troviamo quindi in un momento storico di grandissimo squilibrio. L’Europa del Nord sta imponendo le dure leggi del comando e della sopraffazione, del

libero mercato, della rigidità ad ogni costo e, ritenendosi superiore, sta legittimando azioni predatorie con l’acquisto di interi patrimoni pubblici e privati del Su-Europa.

Perché si attivi questo processo di valorizzazione della vocazione mediterranea come unica strada possibile affinché si realizzi quella visione europea avuta dai padri fondatori, sarà indispensabile che uomini e donne del Sud acquisiscano piena consapevolezza di quanto stiamo diventando arrendevoli rispetto alle imposizioni di Bruxelles, di quanto ci stiamo lasciando

colonizzare e di quanta della nostra identità e del nostro potere stiamo perdendo. Stiamo consegnando il nostro sé più profondo, la nostra unicità a un modello di società distante dal nostro modo di vivere e di vedere il mondo.

Cosa altro dobbiamo attraversare affinché possiamo risvegliarci?

Ripensare a un rapporto nuovo tra il Nord Europa e il suo Sud, richiede che i mediterranei provino a unire le loro voci per aprire una nuova pagina, liberi dalla soggezione di altri.

Se l’Europa riuscirà a capire come questa partita non solo la riguardi, ma la possa aiutare anche a costituirsi come soggetto nuovo rispetto al modello importato dagli Stati Uniti, saremo di fronte ad un passaggio decisivo.

Un compito importante, in questo processo di rinnovamento, spetta sicuramente alla politica nel suo insieme che ha da sempre relegato la “questione mediterranea” ai salotti degli intellettuali, svalutandone

l’importanza.

Una politica miope, quella dei Paesi del Sudeuropa, che ha trascurato quanto fosse importante imporre lo spirito mediterraneo. La politica del Nordeuropa, invece, è strategica. È interessata a spostare verso est e verso gli Stati Uniti gli interessi di tutto il Continente.

Ha scritto il sociologo Franco Cassano: «Saremo capaci di pensare al Sud non alla luce della modernità ma al contrario di pensare la modernità alla luce del Sud?».

Il pensiero meridiano di Cassano indica una strada da percorrere in cui il Sud può recuperare finalmente un pensiero autonomo per immaginare un’altra forma di vita: «Il Sud, con la sua lentezza, con tempi e spazi che fanno resistenza alla legge dell’accelerazione universale può diventare una risorsa».

Di fronte all’illimitatezza delle logiche della globalizzazione, la vocazione mediterranea può farci recuperare anche quel senso del limite, quel senso della misura capace di frenare la superbia dell’uomo, presupposto

indispensabile per poter dialogare anche con le altre culture. Avere il coraggio di volgere lo sguardo verso il Mediterraneo significa recuperare

le basi fondamentali da cui è nata l’Europa: l’identità plurale, l’accoglienza del diverso da sé, e il senso del limite e della misura.

Dando forza allo spirito mediterraneo, l’Europa potrebbe ritrovare le sue origini, lasciando andare quell’attrazione per l’infinito e l’illimitato che l’ha

portata a fare proprio il modello americano, e potrebbe, allo stesso tempo, indicare una nuova strada, un’Europa più vicina alle comunità locali, più solidale, capace di anteporre alla logica del profitto quella del bene comune, all’interesse di uno quello di tutti.

Se accogliamo questa sfida saremo agli inizi di un Nuovo Rinascimento mediterraneo. E il luogo di questa rinascita sarà appunto il Sud.

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